BIBLIOTECA DI SERMIDE e FELONICA – László Krasznahorkai – ungherese – Szél – vento


Guardo verso l’alto e penso al fatto che negli ultimi mille anni sono stati tanti i venti passati lì sopra, perché c’è stato il vento diurno e c’è stato quello notturno, c’è stato il vento dell’alba e quello d’inizio serata, il vento che ha portato neve e quello che ha portato caldo, il vento che è arrivato in primavera e quello che è giunto in autunno, il vento dolce e giocoso e quello pericoloso e devastatore, miliardi e miliardi di venti appartenenti a ogni grado della Beaufort, sarebbe perfino stato possibile per qualcuno metterli in fila e in ordine, poiché ci sono stati venti regnanti e venti dominanti alzatisi all’improvviso, venti turbolenti e venti di gradiente, venti geostrofici e ciclonici e anticiclonici, e così via, così è stato per tutti gli ultimi mille anni, i venti andavano e venivano, secondo ogni grado della Beaufort, e ogni vento incalzava, spingeva, sferzava l’altro, sono arrivati gli alisei e i controalisei, sono arrivate le brezze di terra e quelle di monte, ci sono stati i jetstream lì in alto, nell’etere irraggiungibilmente lontano, mentre qui in basso c’è stato l’atteso o temuto vento di mare, ci sono stati i venti che soffiavano sulla terraferma e anche quelli delle grotte, i venti che seguivano le correnti dei fiumi, e i venti dei giardini autunnali, venti di tipologie, forze e direzioni veramente sbalorditive, ovunque, eppure in realtà tutto ciò che è successo è che, perfino quando c’era calma piatta, innumerevoli e innumerabili, sono sempre stati qui – e allo stesso tempo non c’erano, perché quando sono arrivati, non è arrivato niente, quando sono andati via, niente di loro è rimasto, nemmeno nella calma: erano invisibili quando sono arrivati e lo erano quando sono andati via, e mai sono riusciti a evadere da questa fatale invisibilità, c’erano eppure non c’erano, si sapeva che erano presenti e anche dove fossero, si vedevano dal tremolio delle foglie sugli alberi, si vedevano dallo sradicamento della corona di un albero durante una tempesta, si vedevano nella polvere alzata e fatta vorticare, nella finestra che sbatteva, nell’immondizia trascinata per le strade, li si poteva sentire soffiare e rombare e stridere e fischiare e ululare e ruggire, e si placavano e diventavano brezza, perfino un viso poteva sentire la loro carezza, o le piume di un cardellino tremante sul ramo, insomma si vedeva la loro esistenza nel mondo, si sentiva e si percepiva che dovevano esserci, eppure non c’erano lo stesso, perché ogni cosa, movimento, suono e profumo li segnalava, ma mostrarli, eccoli lì, quelli lì sono loro, non era possibile, perché la loro esistenza si svolgeva sempre nel fantomatico e più profondo regno dell’implicito, perché essi erano tangibili, ma irraggiungibili, perché erano presenti, ma inafferrabili, perché erano l’esistenza stessa, eppure allo stesso tempo erano esclusi dall’esistenza, così vicini all’esistenza da diventare identici a essa, e l’esistenza non si può vedere mai, per cui se anche erano qui, quando non erano qui, di loro mai niente è rimasto, solamente l’attesa, che arrivino, solamente la paura, che sarebbero arrivati, solamente il ricordo, che ci fossero stati, ma la cosa più dolorosa è che quello che una volta c’è stato non è mai più tornato.