BIBLIOTECA ‘GINO BARATTA’ DI MANTOVA – Esmahan Aykol – turco – Haymatlos – senza patria


Haymatlos: Il mio cuore sanguina in una lingua.

Posseggo una fotografia della mamma di mia nonna. È stata scattata agli inizi del ‘900, prima che fosse cacciata via dalle terre in cui è nata e cresciuta. Seduta dritta su una sedia, ha le mani sulle ginocchia e un’espressione seria sul viso.

Non so come abbia fatto tutta quella strada insieme alla figlia per arrivare fino a Istanbul. Non l’ha mai raccontato. Non ha voluto correre il rischio di tramutarsi in una statua di sale, non ha guardato indietro. La sua unica figlia, mia nonna, ha ora 84 anni e vive in uno stato di demenza permanente; ci parla in quella lingua straniera che non ha trasmesso alla generazione che l’ha seguita. “Parla in Turco nonna,” la interrompo “non ti capisco.”

La nonna mi ricorda quelle tristi parole del poeta lituano Czeslaw Milosz, scritte dal suo esilio di New York in polacco: “La lingua è l’unica patria”. E io vi aggiungo una frase: In procinto della morte, la lingua è la patria in cui ci rifugeremo.

Haymatlos è un concetto che è entrato a far parte della lingua turca durante il periodo del fascismo tedesco, quando intellettuali ebrei e comunisti sono scappati in Turchia. Per me Haymatlos è molto più del binomio “senza patria”: Rappresenta tutte le migrazioni obbligatorie e dolorose della storia, l’essere di passaggio, e più importante ancora, il rifugio nella patria della lingua.

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