BIBLIOTECA DI ACQUANEGRA SUL CHIESE – Ágnes Heller – ungherese – Panaszkodás – lamento

L’Ungheria ha diverse culture: siamo bravi nella musica, nell’artigianato, nella letteratura. Ma fra le abitudini quotidiane la più diffusa e caratteristica è quella del lamentarsi.

Se chiedi a un ungherese come sta ti risponderà “così-così”, o “esisto” oppure “vivo” indicando che va tutto male. Se ti interessi del suo reddito risponderà che tutti lo ingannano. Se chiedi del suo lavoro dirà che ha un capo sadico. Dal parucchiere le donne fanno a gara per stabilire chi di loro ha il “signore”, ovvero il marito, più terribile. Se dai retta a un ungherese, a nessuno vanno bene le cose, nessuno ha successi, nessuno è sano, soddisfatto, tutti sono vittime innocenti del destino. Tutti i governi sono infami perché fanno dispetti proprio a lui, tranne ovviamente i dittatori perché di loro non osiamo lamentarci. La cultura delle lamentele si estende su tutto.

Il lamento esiste in due versioni. Il primo è superficiale, l’altro è profondo. Il lagnoso superficiale si lamenta per abitudine, oppure perché non vuole prestare dei soldi a nessuno. Quello profondo invece crede di essere malato, che tutti lo ingannino, che sia povero e disgraziato. L’abitudine alla lamentela porta alla depressione. L’Ungheria da molto tempo si trova al primo – oppure eccezionalmente al secondo – posto delle statistiche europee dei suicidi. L’abitudine alla lamentela non è così innocua come pensiamo.