BIBLIOTECA DI VIADANA – Velibor Čolić – bosniaco – Mir – Pace


Indica quel tempo strano, e quello stato, che segue la tregua e la guerra. Può anche indicare il silenzio. È una di quelle rare parole slave che suonano «internazionali», grazie alle stazioni spaziali russe. Come la guerra, anche la pace possiamo vincerla o perderla. Se si è il presidente di un paese, il maresciallo o il generale di un esercito, si può anche sottoscriverla, la pace. La pace è il balsamo dei discorsi dei politici, la pace è il sogno delle parole dei poeti. La pace è a volte solo la mancanza della guerra. La pace è spesso una preparazione alla guerra, l’altro volto, più cupo, del nostro umano destino. La pace è meno conosciuta della guerra: la memoria umana è segnata dalle guerre e dimentica la pace. Ah sì, nelle lingue slave del sud la parola guerra (rat) ha un suo plurale (ratovi), la pace no. La pace è sempre al singolare, una e sola. La pace a volte è anche una bandiera. Spesso una protesta. La pace sono le fotografie, il fiore nel fucile, la pace è civiltà, la pace siamo noi. La guerra e l’inferno, quelli sono gli altri. Alcuni popoli vivono in pace, altri hanno una storia. Alcuni popoli sono ricchi, altri hanno una letteratura. Alcune Europe fanno la guerra, gli Americani fanno la pace. Ciò che guadagniamo in guerra, ha detto il padre del nazionalismo serbo Dobrica Ćosić, lo perdiamo sempre in tempo di pace.

Gli altri, le persone normali, perdono SEMPRE tutto in guerra, e guadagnano SEMPRE in tempo di pace.