Nata nel 1940 per iniziativa di Alberto Mondadori e concepita inizialmente come uno spazio eclettico dedicato alla letteratura contemporanea, la collana «Lo specchio» si è affermata nel corso del Novecento come la più prestigiosa e iconica casa della poesia italiana. Se nei suoi primi anni di vita la serie accoglieva anche opere di narrativa e saggistica, ben presto la sua vocazione si è focalizzata in modo quasi esclusivo sulla lirica, trasformandosi in una vera e propria istituzione culturale capace di definire e consacrare il canone poetico nazionale.
L’inaugurazione ideale della collana si fa risalire al 1942 con la pubblicazione dell’antologia Lirici nuovi a cura di Luciano Anceschi, un testo fondamentale che fotografava le tendenze dell’Ermetismo e dava voce a una nuova generazione di autori. Da quel momento, «Lo specchio» ha accompagnato le stagioni più intense della letteratura italiana con un’identità visiva inconfondibile. La veste grafica, curata nella sua fase storica da Bruno Munari, si distingueva per un design essenziale e raffinato, caratterizzato dalle celebri copertine nei toni dell’azzurro, del bianco o dell’argento. Questo rigore formale trasmetteva un’idea di sacralità del testo e trasformava ogni libro in un oggetto immediatamente riconoscibile per i lettori e i collezionisti.
Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, sotto la guida di personalità di spicco dell’editoria e della critica come Marco Forti, la collana ha vissuto il suo periodo di massimo splendore. Pubblicare nello «Specchio» equivaleva a ricevere una sorta di investitura ufficiale, il supremo riconoscimento del valore letterario di un autore. La serie ha così ospitato i tre Premi Nobel della lirica italiana e i grandi padri fondatori del Novecento: la consacrazione dell’opera di Giuseppe Ungaretti con Vita d’un uomo, le stagioni fondamentali di Eugenio Montale con capolavori come La bufera e altro del 1956 e Satura del 1971, le raccolte decisive di Salvatore Quasimodo, da Ed è subito sera a Giorno dopo giorno, e la lirica monumentale di Umberto Saba con le edizioni del suo Canzoniere.
Accanto ai nomi più celebrati, l’ampiezza del catalogo dello «Specchio» si rivela attraverso un corpo di autori e titoli che abbraccia le molteplici correnti che hanno attraversato il secolo. L’Ermetismo e le sue filiazioni trovano una presenza capillare non solo in Mario Luzi (presente con Primizie del deserto), ma anche nella tensione metafisica di Alfonso Gatto con La spiaggia amata, nelle architetture morali di Carlo Betocchi con Un punto di vita, e nelle modulazioni intime e fluviali di Attilio Bertolucci, che vi pubblica raccolte cruciali come La capanna indiana, Viaggio d’inverno e il romanzo in versi La camera da letto.
Sul versante di una poesia legata al racconto del reale, al paesaggio e alla riflessione civile e morale, la collana accoglie voci straordinariamente originali. È il caso di Giorgio Caproni, che porta in catalogo la sua inconfondibile musicalità dolente con Il passaggio d’Enea e Il seme del piangere, di Sandro Penna, con la sua lirica limpida e scandalosa raccolta in Appunti e Stranezze, e di Vittorio Sereni, che firma nello «Specchio» Gli strumenti umani (1965), uno dei vertici assoluti del secondo Novecento. La linea etica e quotidiana vede protagonisti anche Giovanni Giudici con La vita in versi e Osembe, Giancarlo Majorino, fino alla vena ironica e disincantata di Cesare Viviani nelle stagioni più recenti.
La ricerca formale, lo sperimentalismo e la pluralità dei linguaggi hanno trovato spazio attraverso la poesia visionaria e oltranzista di Andrea Zanzotto con La Beltà (1968), la scrittura magmatica e polifonica di Amelia Rosselli in Documento, e le incursioni in versi di Giorgio Manganelli. A questa ricchezza si affiancano le voci della poesia in dialetto elevate a dignità di classico, come il veneto Biagio Marin con I canti de la isola e il romagnolo Tonino Guerra.
Infine, la collana ha svolto un ruolo di primaria importanza nell’apertura della cultura italiana verso l’esterno, grazie a traduzioni storiche firmate da grandi poeti e critici: dai Quattro quartetti di T.S. Eliot tradotti da Filippo Donini ai versi di Seamus Heaney curati da Gabriella Mezzanotte, dai classici russi di Boris Pasternak e Marina Cvetaeva resi in italiano da Pietro Zveteremich e Angelo Maria Ripellino, fino alle traduzioni da Federico García Lorca firmate da Carlo Bo e ai testi di Paul Celan e Rafael Alberti.
Con il mutare delle dinamiche del mercato editoriale negli ultimi decenni e la progressiva migrazione della poesia verso collezioni tascabili o collane per un pubblico di nicchia, «Lo specchio» ha parzialmente ridotto la frequenza delle sue uscite di novità. Tuttavia, conserva immutato il suo valore simbolico e storico, continuando a rappresentare, nell’immaginario collettivo e nella storia della critica, il luogo per eccellenza in cui la poesia italiana del Novecento ha trovato la sua forma, la sua voce e la sua memoria duratura.

